Il primo strumento del musicista

L’ho detto e lo ripeto: il primo strumento del musicista, al di là di qualsiasi retorica, è il suo corpo. Non importa quanto costosa sia la nostra strumentazione o quanto studiamo, sono l’efficienza e l’abilità del nostro corpo che, in ultima istanza, determinano quanto siamo bravi e dove possiamo arrivare.
Vorrei notare che qui primo significa almeno due cose:

  • primo in senso temporale: la generazione del suono parte dal corpo. Tutti i musicisti di alto livello sono riconoscibili per il proprio suono, quale che sia lo strumento che utilizzano in un dato momento. Date ad Eric Clapton una Eko da cento euro, e suonerà come una Strato degli anni ’60. Lo stesso valeva per Pastorius, per Miles Davis, per Benedetti Michelangeli;
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  • primo in senso gerarchico: le caratteristiche di progettazione e di funzionamento del nostro corpo (cioè in ultima analisi di noi) e la sua ottimizzazione sono prioritarie rispetto alle corrispondenti caratteristiche dello strumento musicale che utilizziamo.

Da quando ho capito che la mia più grande passione nella vita è aiutare le persone (e, per quanto ci riguarda qui, i musicisti) a migliorare la propria performance, ho cominciato un percorso che mi ha aiutato a capire certe cose che andrebbero secondo me messe a fondamento di qualsiasi ipotesi di miglioramento o perfezionamento. In questo articolo vorrei esporle brevemente.

Il nostro corpo (cioè in ultima analisi noi) è uno strumento di altissimo rango tecnologico.
Non c’è algoritmo di sintesi sonora, non c’è tastiera a geometria variabile, non c’è meccanismo di doppio scappamento che tenga: siamo ancora ben lontani dalla capacità di progettare uno strumento evoluto come la persona umana, o anche solo come il corpo umano.

L’aspetto – se vogliamo – paradossale è che, pur consapevoli di tanta meraviglia e del primato insuperabile che il corpo detiene, il musicista seriamente votato alla propria evoluzione tecnica ed artistica investe molto di più nell’acquistare, mantenere ed imparare a conoscere e utilizzare lo strumento musicale che il proprio corpo. Parendo ai più che il corpo debba funzionare e ottimizzarsi da solo o, peggio, che non abbia alcuna possibilità di evolvere sostenendo lo sviluppo della propria abilità musicale. E si ritorna, ahimè, al trito concetto dell’essere o no portati per la musica.

È forse il caso di sottolineare che quando parlo di corpo non mi riferisco solo alla carne, alle ossa, al sangue: ma all’insieme del nostro soma e delle nostre funzioni e qualità che sono, per l’appunto, tutte corporee. Si dirà: ma le emozioni, le idee, i ricordi, il talento, l’anima? A me sembra inevitabile che, senza un corpo, le idee e le emozioni non avrebbero un tessuto in cui incarnarsi, e il talento non potrebbe manifestarsi; e, pur non mettendo sullo stesso piano questa con quelli, anche l’anima (qualunque cosa sia) senza un corpo non avrebbe luogo. Vorrei chiarire che non sono un materialista, e che anzi tengo in alta considerazione gli aspetti più trascendenti e imponderabili dell’essere umano.

Qual è, dunque, la nostra realtà corporea? Queste, a mio avviso, le basi da cui partire per impostare un discorso sul miglioramento delle capacità musicali:

  1. Siamo fatti di corpo: unica nostra possibilità di espressione e interfaccia col mondo, con le emozioni degli altri, con gli strumenti musicali.
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  2. Il corpo umano è ben più complesso ed evoluto di un sistema meccanico e cibernetico; e più difficile da regolare, manipolare, ottimizzare in maniera fisiologica e senza fare danni.
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  3. Valutati nel pieno delle proprie qualità, funzioni, evoluzioni, non tutti i corpi sono uguali; anzi, il corpo di ciascuno è diverso dal corpo di un altro.
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  4. È da questa diversità che è necessario partire per sviluppare un metodo evoluto che punti alla possibilità di guidare una singola persona verso un significativo miglioramento.
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  5. Se si desidera che il maggior numero di persone raggiunga livelli relativamente elevati, non è possibile imporre un metodo standard ad una massa: questo porterà inevitabilmente ad un’alta percentuale di fallimenti, ed a considerare portati solo coloro che si sono casualmente ritrovati adatti al metodo.
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  6. Per forza di cose, un metodo non standardizzato non è generalizzabile né semplificabile.
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  7. Un tale metodo non è quindi adatto alle masse, e deve necessariamente essere personalizzato.
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  8. Quando si mira al perfezionamento di qualità neuromotorie, non tutti possono aspirare al medesimo livello di performance.
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  9. Chiunque, col metodo più adatto a sé, può elevare enormemente la qualità della propria performance se ha l’entusiasmo e la passione di lavorare molto.
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  10. Qualunque metodo, perché funzioni, deve poggiare su basi più larghe dell’ambito sul quale intende agire.
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  11. Qualunque metodo adatto all’uomo deve necessariamente partire dal suo corpo.

Allora per prima cosa ci occuperemo di guardarlo, questo corpo, almeno negli aspetti più significativi per il musicista. Stay in tune!

Image: Bumblefoot (Ron Thal)
Courtesy of celebrityrockstarguitars.com

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