Il linguaggio per parlare del corpo del musicista

Jimi Hendrix VitruvianoUna delle prime esigenze della comunicazione è stabilire un linguaggio comune.
In questo sito faremo spesso riferimento a parti del corpo e soprattutto ai loro movimenti reciproci: ci serve un modo per comprendere immediatamente ciò di cui si parla, senza fraintendimenti e con la massima chiarezza.
Quando gli interlocutori non sono viso a viso, questa esigenza è ancora più stringente.

Questo articolo fa il paio con uno che ho pubblicato qualche tempo addietro sul sito gemello di Virtuosissimo, Performance Engineering. Chi sia interessato al mondo della performance, ed al fitness più in generale, troverà quell’articolo qui.

In quella sede scrivevo, tra l’altro:
“Una delle difficoltà maggiori che il divulgatore trova rivolgendosi per iscritto ad un pubblico lontano è costituita dall’ambiguità delle descrizioni: se è facile mostrare un movimento o una posizione a chi ci vede, molto più complesso è descriverli a parole, soprattutto quando l’ambiguità intrinseca dei termini non sia stata risolta.
Naturalmente anche la scienza ha dovuto affrontare il problema della comunicazione; lo ha risolto con la definizione di un lessico il meno possibile ambiguo, e il più possibile accurato”.

Non mi aspetto che un articolo del genere sia letto come un testo divulgativo (fatto salvo lo zoccolo duro degli stakanovisti puri ;D). Costituirà però un utile riferimento per i discorsi futuri, al quale potrete fare riferimento per risolvere ogni apparente ambiguità di linguaggio o di concetti.
Andiamo a cominciar!

La posizione anatomica

Al fine di intendersi quando si parla di anatomia, fisiologia e dei movimenti del corpo (e questo vale anche per chi insegna ed impara musica) il riferimento aureo è la cosiddetta posizione anatomica, una postura convenzionale a partire dalla quale si possono descrivere senza ambiguità le varie parti del corpo e i loro possibili movimenti.

La posizione anatomica è illustrata nella figura qui a fianco: in piedi, piedi paralleli tra loro, i quattro arti distesi, testa normalmente eretta, sguardo in avanti, braccia abbandonate lungo i fianchi, piega del gomito e palmi delle mani rivolti in avanti, dita estese.

Un’alta cosa utilissima è stata dare un nome ai piani e direzioni principali nello spazio: il piano rosso è quello sagittale (il piano su cui si muove la saetta, cioè la freccia scoccata dall’arciere… o dal sagittario); il piano verde è quello frontale; il piano blu è il piano trasversale.

Ci sono infine gli assi, quelle linee nere che si vedono dividere a metà ciascun piano. Si possono anche pensare, come vedete, come intersezione di due piani: in particolare, l‘intersezione del piano sagittale e frontale disegna l’asse longitudinale, che in posizione anatomica unisce la testa ai piedi ed è perpendicolare al pavimento; l’intersezione del piano frontale col piano trasversale determina l’asse trasversale (che unisce i due avambracci passando per il centro del corpo); infine, l’intersezione del piano sagittale col piano trasversale individua l’asse sagittale, che attraversa il corpo dall’avanti al dietro.

A questo punto diventa facile cominciare a definire concetti nuovi: la faccia anteriore del braccio è, senza ambiguità, quella senza peli (o con meno peli) collocata nella parte anteriore del corpo rispetto al piano frontale. La faccia posteriore è dunque l’altra.
Ora, grazie a queste convenzioni, scatta un altro trucco: la faccia anteriore del braccio, così come tutte le parti del corpo individuate dalla nomenclatura anatomica, mantengono il loro nome anche se la persona assume una postura diversa, perché la posizione anatomica rimane il riferimento fisso. Se dunque solleviamo le braccia in modo che i palmi delle mani siano rivolti all’indietro, la faccia anteriore dell’avambraccio sarà quella rivolta all’indietro. Facile e rigoroso.

Individuiamo ora le altre due facce: la faccia laterale del braccio è la parte verso il lato (dal latino latus), mentre la faccia mediale è quella verso il centro (medium), la più vicina al piano sagittale (cioè, in posizione anatomica, quella dalla parte del mignolo); la faccia laterale è quella più lontana dal piano sagittale, cioè quella dalla parte del pollice.
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I movimenti del corpo

Anche i possibili movimenti del corpo sono riferiti alla posizione anatomica.
Ad esempio, un arto si abduce (dal latino ab-ducere, portare via da) quando, muovendosi sul piano frontale, si allontana dal piano sagittale; e si adduce (dal latino ad-ducere, portare presso) quando vi si avvicina.

Un arto si anteropone quando, muovendosi parallelamente al piano sagittale, si porta nella parte anteriore rispetto al piano frontale (ad esempio, se sollevo un po’ il braccio dalla posizione anatomica); si retropone quando, muovendosi parallelamente al piano sagittale, si porta nella parte posteriore.

La circonduzione del braccio si ha quando l’arto superiore si muove con continuità portandosi in avanti, quindi in alto, quindi posteriormente, quindi tornando in posizione anatomica (circonduzione all’indietro) o quando compie lo stesso percorso all’inverso (circonduzione in avanti).
La circonduzione della gamba è concettualmente simile, anche se i limiti di escursione articolare possono essere ben diversi per gli arti superiori e inferiori.
In entrambi i casi, l’arto compie un movimento a cono che ha per vertice l’articolazione (scapolo-omerale nel caso del braccio, coxo-femorale nel caso della gamba).

La mano intraruota quando il palmo si rende parallelo al piano sagittale fronteggiando la faccia laterale dell’arto inferiore; extraruota quando il palmo si rende parallelo al piano sagittale ma è il dorso della mano a fronteggiare la faccia laterale dell’arto inferiore. L’intrarotazione e l’extrarotazione dell’avambraccio, del braccio, dell’arto inferiore seguono lo stesso verso di movimento.
Si dice anche che la mano va in pronazione quando dalla posizione anatomica intraruota fino a portarsi di nuovo parallela al piano frontale ma con il palmo rivolto all’indietro. Quando compie il movimento inverso si dice che va in supinazione.

Un segmento osseo si flette su un altro quando i loro centri si avvicinano. Si estende quando i loro centri si allontanano. Quindi l’avambraccio si flette (sul braccio, per forza) quando l’angolo al gomito si riduce; da flesso, si estende quando l’angolo al gomito aumenta.
Similmente, la gamba si flette (sulla coscia, per forza) quando l‘angolo al ginocchio si riduce; si estende quando, da flessa, l‘angolo al ginocchio aumenta. La coscia si flette (sul bacino, per forza) quando il ginocchio si anteropone e si solleva, e si chiude l’angolo tra femore e piano frontale; si estende quando aumenta l’angolo tra femore e piano frontale.

La spalla si anteropone quando tutto l’omero (compresa l’articolazione della spalla) si porta in avanti; si retropone quando, dall’anteroposizione, si porta indietro.
Notate come la retroposizione delle spalle porti automaticamente all’adduzione delle scapole (le grandi ossa piatte a forma di triangolo che abbiamo dietro ai polmoni, ai lati della colonna vertebrale), mentre l’anteroposizione della spalla porta all’abduzione delle scapole.
La spalla, inoltre, ruota in avanti quando effettua in successione una retroposizione, un sollevamento, un’anteroposizione, un abbassamento; ruota all’indietro quando effettua la successione inversa.

Dell’anteroposizione e retroposizione del bacino, di cui non ci occuperemo in questa sede, troverete approfondimenti qui.

Quando un’articolazione ha più di un grado di movimento, bisogna aggiungere una parolina in più per capirsi: la testa si flette anteriormente quando il mento si avvicina al petto; si flette posteriormente quando il mento si solleva; si flette lateralmente quando l’orecchio si avvicina alla spalla. Si torce quando ruota attorno all’asse longitudinale.

Lo stesso vale per la mano: nella flessione mediale il palmo resta parallelo al piano frontale e le dita si avvicinano alla coscia; parlando in termini di centri che si avvicinano, anche qui si aggiunge la parolina: nella flessione mediale il centro del palmo della mano ed il centro dell’avambraccio si avvicinano sul versante mediale.
Similarmente, nella flessione laterale le dita si allontanano dalla coscia. Nella flessione plantare mano e dita si portano nella parte anteriore del piano frontale (si riduce l’angolo del polso); nella flessione dorsale si portano nella parte posteriore del piano frontale (aumenta l’angolo del polso).

Per il piede, nella flessione mediale si solleva il margine mediale, e la pianta si porta parallela al piano sagittale; nella flessione laterale si solleva il margine laterale. Si parla anche, nei due casi rispettivamente, di supinazione e pronazione con chiaro riferimento all’analogo manuale
Nella flessione dorsale si solleva l’avampiede, nella flessione plantare si solleva il tallone.

Per la colonna vertebrale, si parlerà di flessione (individuata di volta in volta nella zona cervicale, dorsale, lombare) quando il petto si porta in avanti; di flessione laterale quando il busto si allontana dal piano sagittale; di torsione quando una spalla si anteropone e l’altra si retropone. Si palerà di estensione quando, dalla posizione flessa, il rachide riprende la posizione anatomica; di iperestensione quando l’estensione continua oltre la posizione anatomica.

Images:
1. G. Di Mare, The Very Best Of Body Guitaring,
Ed. Il Musichiere - Dettaglio copertina.
2. La posizione anatomica, courtesy of
medicinapertutti.altervista.org

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4 Responses to Il linguaggio per parlare del corpo del musicista

  1. PRS Zoo says:

    Grazie, interessante! NOn vedo l’ora di leggere il resto 🙂

  2. Grazie per gli apprezzamenti! Cercherò di scrivere ancora non appena possibile X)

  3. promoera says:

    Mi sembra che tu abbia qualcosa da dire. I contenuti sono interessanti, e sono presentati in maniera eccellente. Spero di poter leggere altro!

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