La performance tecnica del musicista

A differenza di altri esseri viventi cosiddetti a sangue freddo, i mammiferi – esseri umani compresi – godono della straordinaria proprietà di poter esprimere, se opportunamente preparati, straordinari picchi di prestazione.

In effetti molte delle attività di noi umani – al pari di tantissimi altri fenomeni naturali – hanno un andamento dalla caratteristica forma a campana o gaussiana (chi sia interessato ad approfondire l’argomento in relazione alla performance umana troverà altri approfondimenti in Performance Engineering.org, il sito gemello di Virtuosissimo.com. Vi basta seguire il link).

Quello che serve sapere al musicista è che (a differenza ad esempio dei rettili) non riusciamo ad esprimere subito il nostro massimo appena cominciata una performance. E questo vale che si tratti di una sessione di studio o di esercizio, un concerto, o anche un’intera carriera dedicata alla musica: la prestazione, se preparata opportunamente, sarà molto superiore che all’esordio.

In molti ci avrete fatto caso: appena cominciamo a suonare il nostro rendimento non è alto come – ad esempio – dopo una mezz’ora che suoniamo. Questo è del tutto fisiologico, e con opportune tecniche il musicista esperto diventa sempre più bravo a portare il top della sua prestazione là dove è richiesto. Di tutto questo ci occuperemo nel nostro percorso tecnico.

Quali applicazioni ha questa consapevolezza? Ad esempio nel mettere la parte più difficile o impegnativa del lavoro “a metà” della nostra sessione di studio (vedremo poi più nel dettaglio cosa significhi). O, ancora, nel cominciare e finire una sessione con del lavoro più in scioltezza e rilassato. O, infine, nel comprendere come si possa esprimere una performance più alta preparandola gradualmente (anzi… gaussianamente!), e come non ci si possa aspettare di rendere al top in una performance molto impegnativa semplicemente prendendo lo strumento e cominciando a suonare.

Ci sono due cose da sottolineare: queste curve, queste gaussiane, funzioni matematiche, non possono certo esprimere cabalisticamente i numeri del nostro vivere quotidiano o del nostro destino: come vedrete nell’articolo linkato una gaussiana può essere larga e bassa o invece stretta ed alta; e può avere il picco prima o anche dopo la sua metà. Inoltre, per ridurre la nostra performance ad un sistema – per quanto complesso – di equazioni sarebbe necessario individuare tutte le dimensioni sulle quali la performance si esprime (forza, velocità, rilassamento, metabolismo, ritmi circadiani ecc.) ed individuare per ognuna la gaussiana che meglio la approssima. Perché possiamo avere un picco su una o più dimensioni ma non su altre.

Capite quindi che la cosa è piuttosto complessa e, in fin dei conti, neanche troppo utile. Ciò che invece trovo importante è la consapevolezza che la nostra qualità di prestazione tecnica può salire e scendere, e sviluppare la capacità di cavalcare l’onda piuttosto che contrastarla; che la nostra forza, la nostra velocità, la nostra accuratezza un giorno possono essere più elevate, o invece meno buone del solito; e che il musicista (o l’insegnante) più attento al proprio evolvere è quello che sa cogliere i segni di questa eterna modulazione e suonarci assieme, anziché forzare un ostinato contro partitura. Continuate a seguirmi, il meglio deve venire.

Image: Itzhak Perlman
Courtesy of tipsforclassicalmusicians.com

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